Comune di Lioni (AV)

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Il bozzetto a lato è stato realizzato dal pittore Angelo Garofalo. (Lioni 1936-2002)





Lioni, il nome, le origini
 
     Chi apre la pagina di Wikipedia  dedicata a Lioni e prova a leggere le notizie storiche si trova di fronte a  un polpettone di luoghi comuni riciclati, di varie inesattezze e  qualche (rara) informazione vera, il tutto messo sullo stesso piano con la formula: «Alcuni dicono..., altri invece...».
   Primo luogo comune: la leggenda di Ferentino. La teoria secondo  la quale nell’ alta valle dell’ Ofanto ci sarebbe stata una città sannita con questo nome, ripetutamente attaccata dai  romani e infine distrutta  durante la terza guerra sannitica, è un’invenzione dell’abate Santoli  (Rocca S. Felice, seconda metà del ‘700) e del canonico Della Vecchia (Nusco, prima metà dell’800). Il Ferentinum di cui parla Tito Livio era in realtà  Forentum, che si trovava nei pressi di Lavello.
   Secondo luogo comune: i lionesi sarebbero i discendenti  dei Liguri   arrivati nell’alto Ofanto nel 180 a. C. Anche questa è una favola messa in giro da Della Vecchia. In realtà da noi i Liguri non ci sono mai stati. E’ vero che un considerevole numero di Liguri Apuani  furono forzatamente trasferiti nei  cosiddetti  Campi Taurasini. Ma i Campi Taurasini  si trovavano tra Benevento e Lucera.  Quanto allo scioglilingua  «Liguri-Liuri-Liuni-Lioni»,  è un’offesa all’intelligenza di chi legge.
    Terzo luogo comune: di Lioni si parlerebbe in un documento longobardo dell’anno 837, con il quale veniva  donata al monastero di S. Sofia di Benevento un’azienda agricola  «in Leoni». Ma questo Leoni non era Lioni: era una località  tra Apice e Calvi. Qui devo correggere anche un  mio errore. In un  articolo di alcuni anni fa ho scritto che Leoni  si trovava in Molise. Invece  l’edizione critica del Chronicon S. Sophiae  curata da Jean-Marie Martin[i]  dimostra senza possibilità di dubbio  che mi sbagliavo.

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      Al contrario di quello che si pensa, l’origine di Lioni è abbastanza ben documentata. Possiamo ricostruirla attraverso le notizie che Francesco Scandone  recuperò  dai  Registri Angioini  prima che andassero distrutti  durante un bombardamento nel 1943. Queste notizie[ii]   si riferiscono ad  una serie di reclami  che  tra  il 1289 e il 1306 i  feudatari  di  Oppido inviarono al re  Carlo II  «lo Zoppo», per protestare contro i loro colleghi di S. Angelo. Costoro avevano  disposto una serie di agevolazioni  per  chi avesse voluto  andare a coltivare le terre  sulla riva sinistra   dell’ Ofanto.  La cosa aveva fatto presa sui contadini di Oppido, molti dei quali effettivamente lasciavano i campi verso la montagna e si trasferivano  dall’ altra parte del fiume.
     Al tempo di cui parliamo  tutta la parte dell’ attuale territorio  lionese  che sta tra l’ Ofanto e la montagna rientrava nel  feudo di Oppido; l’ altra parte, quella sulla sponda sinistra, compresa l’ area del centro urbano,  apparteneva invece a  S. Angelo.  Signori di Oppido erano da diverse generazioni i Frainella, nome  latinizzato di  una famiglia di origine normanna  che  nel suo paese  si chiamava  Fraisnel . All’ arrivo degli  Angioini, nel 1266,  i  Frainella  erano passati  subito  dalla  parte  dei nuovi padroni  ed avevano  conservato  il titolo e i beni. Non così il feudatario di S. Angelo, che  era rimasto fedele alla dinastia sveva  ed era stato destituito.  A partire dalla metà degli anni ottanta  come  signore  di  S. Angelo troviamo un certo  Gerardo Divort  un personaggio che Giustino Fortunato definisce   «un provenzale arrogante»  per  via dei  soprusi che era solito  commettere nella zona di  Rionero,  dove  amministrava  le foreste  demaniali . Divort, deciso a ricavare il massimo utile dalle  sue  nuove terre nella valle dell’ Ofanto, non si faceva scrupolo di sottrarre  braccia al feudo vicino.
   Nei secoli centrali del Medioevo la messa a coltura di terreni marginali e la costruzione di nuovi villaggi rurali erano operazioni abbastanza frequenti . Queste iniziative di solito venivano promosse dai signori stessi, ai quali un aumento del numero dei coloni sul proprio feudo fruttava maggiori entrate sotto forma di censi, canoni, tributi. Altre volte il popolamento di un’ area scarsamente  abitata serviva a controllare meglio il territorio, per esempio garantendo la sicurezza di una strada, sorvegliando un confine, difendendo una regione dai briganti. Chi accettava di andare a stabilirsi nei nuovi insediamenti beneficiava  di uno stato giuridico particolare: pagava meno tasse – almeno per i primi anni – ; godeva di una serie di franchigie; riceveva un lotto per farsi la casa e, a volte, anche un pezzo di terra da coltivare in proprio.
 
     Sulla sponda santangiolese dell’ Ofanto c’era un posto chiamato Li Liuni («qui vulgariter nuncupatur Li Lyuni», dice un documento dell’anno 1300). Su Wikipedia è scritto che  «probabilmente»  il nome di Lioni deriva da quello del proprietario delle terre, Leone. Si tratta di pura invenzione  e stupisce  che questa  cosa sia riportata nel Dizionario di toponomastica della UTET.  Saggiamente  Francesco Scandone annotava: «Il nome  Liuni ...  trae origine evidente da qualche antico  monumento  in cui devono essere effigiati dei  leoni»[iii] .  Effettivamente ancora agli inizi del Settecento all’ interno dell’ abitato di Lioni  (la tradizione popolare dice: in cima al campanile) si potevano ammirare due magnifici  leoni di pietra. Uno è quello, ora piuttosto  malridotto,  che si vede  davanti al palazzo del municipio; l’ altro, come riferisce Roccopietro Colantuono, andò distrutto durante il terremoto del 1732 .  Statue  del tutto simili si possono vedere a Melfi, a Venosa, ad Ascoli Satriano. Si tratta di sculture funerarie  provenienti da tombe  romane di età imperiale. Di solito i Romani facoltosi che vivevano lontano dalle città  si  facevano costruire  il monumento funebre nelle loro terre, in un luogo ben in vista.  Alla tomba  del  padrone  facevano corona le sepolture dei liberti e degli schiavi. Nelle campagne meridionali questo genere di sepolcreti era  piuttosto diffuso. Nell’alta valle dell’ Ofanto ce n’ erano uno a Fontigliano , uno al Goleto , un altro a  Monticchio dei Lombardi  (la collina tra Rocca e il Quadrivio). Giuseppe  Gargano, lo storico di Conza,  riferisce  che  una coppia di  leoni di  travertino fu dissotterrata agli inizi del secolo scorso  a  Piano delle Briglie  (la zona di Conza Nuova) .
   L’ idea  che  al tempo dei  romani   la collina  di  Lioni  venisse usata come luogo di  sepoltura è avvalorata dalle due stele funerarie con l’ immagine  delle persone sepolte  che  fino al terremoto del 1980  erano murate  in due case del centro  storico,  in via Ricca e  nel II vico Annunziata (una è stata recuperata e si trova ora nella mostra etnografica).  Durante il Medioevo le tombe – come avvenne dappertutto – furono demolite per ricavarne pietre  squadrate.  I leoni,  non essendo utilizzabili  come materiale da costruzione, furono risparmiati e la loro presenza  divenne un riferimento topografico. Nei documenti  medievali  Lioni  è abitualmente  indicato  come  «casale  Leonum»  o  «de Leonibus»,  vale  a dire  «casale dei leoni».
 

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   I feudatari di Oppido reclamarono più volte. La prima protesta di cui abbiamo  notizia fu  inoltrata  alla corte napoletana  nel  marzo del 1289 e  recava la firma di Giacomo  Frainella . Non  sembra però che abbia  prodotto  effetti  apprezzabili.  In ogni caso  Giacomo  non ebbe più la possibilità di seguire la faccenda perchè in quello stesso anno partì per la guerra contro i ribelli siciliani  (la famosa «Guerra dei Vespri») e fu subito fatto prigioniero.  Dietro pagamento di un  congruo riscatto venne liberato, ma  la brutta  avventura  gli  abbreviò  la vita: infatti nel 1292 come signore di Oppido figura suo figlio Filippo .
    In quello stesso periodo cambiava anche il titolare del feudo di S. Angelo. Alla fine del 1288,  mentre  Divort, sempre a causa della guerra, si trovava in Calabria,  i santangiolesi erano insorti contro il suo castellano  e  lo avevano ucciso.  Il feudatario aveva preteso  che i responsabili della rivolta venissero puniti in modo esemplare.  Naturalmente dopo questi fatti la permanenza di Divort a S. Angelo era divenuta inopportuna, e così nel 1292 il feudo venne assegnato a Goffredo di Joinville, un esponente  dell’ aristocrazia militare vicina alla corona.  Ma neppure Goffredo ebbe molto tempo da dedicare ai suoi possedimenti: presto dovette raggiungere anche lui il fronte siciliano e nel 1296 cadde in combattimento. L’amministrazione dei beni di famiglia  restò allora nelle mani della vedova, Filippa de  Beaumont. A giudicare dai ricordi che ha lasciato, Filippa era una donna molto energica:  impedì  alle suore del Goleto di utilizzare per gli animali del monastero i pascoli di Fiorentino  riuscì a conservare il possesso del casale di S. Bartolomeo, che un precedente feudatario di S. Angelo aveva usurpato al suo collega di Morra; soprattutto proseguì nella politica degli incentivi per far crescere il casale di Lioni, incurante delle proteste dei Frainella.
   Il feudo di Oppido era ormai in piena crisi. Un accertamento fiscale  stabilì  che esso ultimamente dava una rendita di non  più di 5 once d’ oro l’anno  mentre  la rendita del feudo di S. Angelo veniva stimata in 50 once  I contadini ottennero una riduzione delle tasse, ma l’ emigrazione verso Lioni non si arrestò .
    Nel 1297 Filippo comunicò che Oppido rischiava di perdere tutti i suoi abitanti e sollecitò nuovi provvedimenti contro la Beaumont . Il re diede mandato al giustiziere  di trovare una soluzione, ma la cosa come al solito  non ebbe seguito, tanto che nel 1298 Filippo reclamava ancora . Strapparono invece un provvedimento a loro favore i lionesi, ai quali venne riconosciuto il diritto di portare le bestie al pascolo nei boschi di Oppido. Nel 1306 la comunità ottenne un nuovo alleggerimento delle tasse: evidentemente la situazione era peggiorata ancora.
     Mentre Oppido sprofondava nella sua crisi, l’ insediamento sull’ altra sponda del fiume si consolidava e si ampliava. Nel primo decennio del nuovo secolo Lioni aveva già una sua parrocchia che versava le decime alla Santa Sede . Da un documento conservato negli archivi delle   collettorie  –  oggi diremmo  esattorie   –  vaticane apprendiamo infatti che tra il 1308 e il 1310  il  «clerus casalis de Leonibus»  corrispose la somma di 9 tarì: meno di  Morra, che pagò 18 tarì e 5 grani; ma più di Torella, che non arrivò a 6 tarì[iv].
 

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    L’ unico manufatto dell’ epoca della fondazione del paese che sia arrivato fino a noi è il campanile della chiesa madre; solo la cella campanaria  è stata  ricostruita, e probabilmente  modificata,  verso la metà del Settecento.   
   Questo edificio ci trasmette una serie di informazioni assai interessanti.  Sul prospetto  nord si vedono chiaramente i resti di un muro tagliato e, tra i cinque  e  i  sei   metri di altezza,  il segno della falda di un tetto inclinata verso via Diaz. Sulla   stessa parete si interrrompe  la continuità dello zoccolo che avvolge la base della torre.  Ciò vuol dire che originariamente il campanile non era isolato, ma faceva corpo con la chiesa.  Questa aveva un orientamento  nord–sud, con la facciata rivolta verso la montagna.  Il campanile era costruito in aderenza  alla facciata, a sinistra del portale, e vi si accedeva  non dalla strada, come oggi, ma dall’ interno della chiesa  La cosa  aveva una sua logica.  La torre non era stata progettata solo per accogliere le campane, ma anche per servire,  all’ occorrenza, come opera di difesa  (lo conferma la presenza delle feritoie nei muri). Infatti, quando non c’ era un castello a proteggere il villaggio, in caso di attacco le donne e i bambini si radunavano in chiesa, confidando  nella sacralità del luogo e nella solidità dell’ edificio . La torre  campanaria di Lioni era collocata precisamente  a difesa della porta della chiesa.
   La struttura del campanile lionese imita quella del  donjon, la  caratteristica   torre  di  difesa  introdotta in Italia dai Normanni. Il  donjon   costituiva l’ ultima  ridotta  di un sistema difensivo  nel caso in cui gli attaccanti fossero riusciti a superare le barriere esterne.  Consisteva in  un robusto  edificio a pianta circolare o  quadrata, sviluppato su tre o quattro livelli.  Nelle fondazioni era ricavata una cisterna, che veniva alimentata con acqua piovana. Il pianoterra, privo di aperture verso l’ esterno, era adibito a magazzino per le  provviste e per le armi. I piani superiori  –  ai quali si accedeva mediante un ponte levatoio  o una scala in legno che poteva essere ritirata dall’ alto  –  erano  attrezzati  in modo  da  permettere  ad un certo numero di persone  di resistere  per qualche tempo, in attesa dei rinforzi. Le aperture per la luce e l’ aria  erano sempre molto strette.  Il tetto, di solito, era  praticabile ed era  circondato da parapetti o da merlature. Sono dei tipici   donjon  i torrioni dei castelli di S. Angelo, di Rocca, di Montella; ricalca il modello del  donjon   la   torre   Febronia   del  monastero  di  S. Guglielmo.
 

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     In che periodo  fu edificato il campanile di Lioni?  Su questo  punto non abbiamo notizie documentarie.  L’ analogia con i   donjon   normanni  suggerirebbe  di   collocare l’ epoca della costruzione  nel XII secolo. C’ è  però un elemento architettonico  che  impone  una datazione diversa, più recente. Si tratta delle feritoie.  Le feritoie della nostra torre campanaria  sono di un tipo particolare: sono più strette  di quelle delle fortificazioni normanno-sveve; hanno i bordi in pietra di taglio; presentano  nella parte  inferiore  un occhiello, sagomato in modo da permettere  all’ arciere o al balestriere  di battere anche le zone morte alla base dei muri.  Con lo stesso disegno e  la stessa tecnica sono realizzate  le  feritoie  che si vedono  nei  torrioni dei castelli  di  Melfi e di Lucera. Di  questi  si conosce  con precisione la data di costruzione. Il  castello di  Melfi  continua a portare il nome di Federico II, ma in realtà fu interamente rifatto tra il 1277 e il 1284  . Quanto alla   fortezza  di  Lucera, la  sua ristrutturazione, disposta  anch’ essa da re  Carlo I d’ Angiò,   fu  ultimata  nel 1283.    
   Le feritoie del campanile lionese  sono  dunque quelle in uso nell’ architettura militare  angioina  nell’ ultimo trentennio del XIII secolo. Sulla base di questo dato possiamo ragionevolmente ritenere che esso  sia stato costruito  – insieme alla chiesa –  verso  la fine del Duecento  o, al più tardi,  agli  inizi del  Trecento:  praticamente nel periodo in cui il casale dei Leoni   vedeva  aumentare  la sua  consistenza demografica  per  via della fuga dei contadini  da  Oppido.
 
     Durante i lavori di restauro fatti negli anni novanta  del secolo scorso, ai piedi del campanile e sotto il sagrato sono  stati trovati resti di sepolture. Di  «ossa rinvenute nello spiazzo esistente davanti la Chiesa Madre e il Campanile»  parla  anche Roccopietro Colantuono.  A che epoca risalgano esattamente queste deposizioni è difficile dire. Esse comunque testimoniano della continuità di una pratica che ha avuto origine  sicuramente nel Medioevo. Infatti a partire  dal VII-VIII  secolo i  defunti, che  prima venivano  portati fuori dai centri abitati,  cominciarono  ad essere  inumati nelle  cripte delle  chiese o all’ esterno, a ridosso dei muri. I corpi venivano deposti in semplici fosse scavate nel terreno. Non sempre veniva impiegata una bara; in alternativa si usava rivestire  internamente  la fossa con sottili pareti  in muratura. I  personaggi importanti  però non seguivano  la sorte dei comuni mortali: le loro sepolture  erano  collocate  all’ interno della chiesa  oppure  in  cappelle a parte, fatte costruire da loro stessi.   
    La consuetudine di  usare come cimiteri  gli stessi luoghi di culto nasceva certamente  da  un  atto di fede:  essere  seppelliti  vicino alle reliquie dei santi, o  comunque  presso  l’ altare, corroborava la speranza di salvezza    Ma la cosa aveva anche un fine pratico:  nei cimiteri  era proibita ogni  violenza, e  questo  creava  intorno alla chiesa  una  sorta  di   spazio protetto   che poteva tornare  utile  anche  ai vivi        

Angelo Colantuono

 
[i] Chronicon Sanctae Sophiae (cod. Vat. Lat. 4939,) a cura di J-M. Martin, Roma 2000.  Il passo che ci interessa (VI 32, pp. 766-7) recita così: «...concedimus in Beatae Sophiae cenobio... ipsa curte  ... de loco Leone Coban(te)». Il posto detto Leone Cobante attualmente si chiama Lo Covante ed è una frazione di Calvi.
[ii] F. Scandone, L’ Alta  Valle  dell’ Ofanto, Avellino 1957, pp. 358-60, docc. 15-29; Idem,  L’ Alta  Valle  del  Calore, Vol. I, Napoli  1911, p. 20 nota 2.  
[iii] Scandone,  L’ Alta  Valle  del  Calore,  cit.
[iv] «Rationes decimarum Italiae»  nei secoli XIII e XIV. Campania, Città del Vaticano 1942,  p. 371.